Caramelle al posto del resto. Chiamiamolo vintage marketing

Quanto erano buone le caramelle alla frutta, le gelèe o le gomme gusto fragola, con le figurine dei calciatori!
Correvano gli anni ’80 e ’90 quando la signora della cremeria o della salumeria sotto casa ci riempiva le mani di quelle che, allora per noi, erano vere delizie. Non importava avere le 10 lire di resto, chi riceveva quelle caramelle era contento perché soddisfava il momentaneo bisogno di dolcezza o perché le donava al nipote rendendolo felice.

Caramelle al posto del resto chiamiamolo pure vintage marketing
Caramelle al posto del resto: chiamiamolo pure vintage marketing

Il sentimento e la gratitudine spesso rendono vulnerabili  e sapendo dove poter trovare le caramelle che donano la felicità, la cliente con piacere tornava in quel negozio, diventando, molto spesso, quello di fiducia.

Nell’era digitale questa sorta di scambio non ha modo di esistere, i pagamenti con le carte di credito hanno annullato il contatto diretto, umano, il rapporto compro-chiacchiero-pago.

Al massimo ci si confronta con la customer care, con chiacchiere formali, domande o lamentele. Non verrebbe mai in mente di raccontare le proprie storie o fare domande personali.

Le strategie di marketing su prezzi di beni e servizi però non sono affatto cambiati nel tempo.

Sono sempre in voga i prodotti in vendita ad un costo persuasivo, i famosi  9,90 euro che non ci danno affatto l’idea di star spendendo 10,00 euro, eppure, se fossimo nella bottega del paese, tra le mani ci ritroveremmo solo 10 centesimi.
Immaginiamo un negozio on line che vende un paio di scarpe a 99,90 euro e lo stesso paio di scarpe, più le famose e gustose caramelle di cui andavamo ghiotti da bambini, a 99,99 euro. Sicuramente una proposta originale, un po’ bizzarra a prima vista, diremmo.
Per soli 0,09 centesimi in più avremmo qualcosa che probabilmente non compreremmo o che difficilmente troveremmo in città. O forse, semplicemente, pensavamo non esistesse più.

Il venditore fa leva, in modo furbo e strategico, sulla mancanza o sulla difficoltà di reperimento di un bene.

E se il venditore investisse su tutto ciò che crea un legame sensoriale tra il passato e il presente?
Le caramelle potrebbero essere sostituite da un album di figurine, da una penna, una calamita, un vecchio fumetto, un peluche, una sorpresina Kinder. Insomma, tutto ciò che stimola il ricordo dell’acquirente.
Voi quale paio di scarpe comprereste? Che peso avrebbero i 10 centesimi contro l’oggetto estrapolato dal vecchio baule degli anni passati? L’investimento da parte dell’azienda sarebbe elevato, ma immaginate le conversioni che si avrebbero, basando la strategia sulla maggiore possibilità di riuscire a far tornare il cliente, che ha già acquistato almeno una volta, quindi un cliente che già ci conosce e che ha vissuto un’esperienza positiva nel nostro negozio, oltre all’acquisizione di un nuovo target di persone, ampliando il proprio business. Del resto, l’azienda investirebbe su un prodotto o su un brand di successo passato, ricavalcando l’onda, promuovendo e reinterpretando in modo originale secondo la propria vision aziendale e pubblicitaria, ciò che già si conosce, che sicuramente avrà un effetto “wow” il quale genererà un passaparola nel web- social media in particolare- e nel gruppo di pari.
La storia delle caramelle di per sè ha un significato implicito, che richiama l’engagement: lega l’utente al negozio e all’idea che dietro di esso vi sia una persona che ci ha emozionato e ci ha fatto vivere con nostalgia i tempi passati.
Perché, al cliente, il passato piace ricordarlo visivamente e tramite oggetti che abbiano valore emozionale. Pensiamo a tal proposito ad un album fotografico.
Sfruttare l’idea del ricordo è un’azione di grande impatto che alcune aziende stanno sfruttando solo oggi; altre, invece, hanno utilizzato il cosiddetto vintage marketing in propagande e pubblicità già anni fa.
Il vintage marketing ha lo scopo di trasmettere un senso di sicurezza e stimolare il ricordo.
Pensiamo, ad esempio, all’orologio Casio A158, tornato alla ribalta qualche anno fa.

Casio A158 uno dei protagonisti del vintage marketing
Casio A158 uno dei protagonisti del vintage marketing

Come mai oggi lo vediamo al polso di ragazzi, uomini, donne di tutte le età?
Il Casio A158WA è l’icona vintage per eccellenza nel settore dell’orologeria, è un simbolo di riconoscimento e di appartenenza ad un tempo passato, anche se non da tutti vissuto.
Pensiamo al remake di un film, ad esempio Ben Hur del 1959, che verrà riproposto nel febbraio 2016. La strategia attuata è la medesima: prendo un prodotto, lo reinterpreto senza fargli perdere l’anima originale, lo immetto sul mercato e spesso non ho neanche bisogno di investire tanto in pubblicità perché lo si conosce già!

Il successo è dato dal nuovo utente, curioso, e dal vecchio -colui che già conosce il prodotto- nostalgico.

Evocare, stupire, emozionare, riproporre sono i cardini del vintage marketing.
Immaginate di riuscire a catturare l’attenzione di un pubblico semplicemente facendo leva sul sentiment e diventare così, punto di riferimento per il cliente e azienda associata ad un Brand o a un prodotto, nuovo e.. vintage. Due in uno.
Probabilmente negli anni ’80 e ’90 chi dava caramelle al posto del resto, lo faceva per convenienza -strategia di marketing sottesa- ma il risultato, emozione e felicità, già solo dato dal fatto di scartare gomme o caramelle e potervici talvolta trovare una sorpresa -come le figurine, ad esempio- spostava l’attenzione del cliente sul sentimento e non sul pensiero di una possibile fregatura.
Ed oggi, nel web, sarebbe considerata fregatura?
No, se da bambino mangiavi le caramelle.

Roberta De Simone

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Uomini e donne, diversi anche on line.

Perché acquistiamo on line e soprattutto, qual è il nostro atteggiamento durante la fase di scelta e acquisto?
Uomini e donne, diversi anche on line.
L’uomo ha sempre un atteggiamento più razionale e proprio per questo motivo quando entra in un negozio on line sa già cosa acquistare e perché. Infatti egli è motivato dal bisogno di ottenere il prodotto, perché irreperibile altrove o perché on line ha cercato tutte le informazioni di cui necessitava e finalmente ha trovato il negozio giusto in cui procedere all’acquisto.

Il suo tempo di acquisto è solitamente molto breve: entro, compro, esco. Se reputo efficiente il negozio, forse ci torno.

La donna, invece, ha un approccio molto più emotivo negli acquisti on line.

Il suo obiettivo è acquistare al miglior prezzo possibile, trovare informazioni soddisfacenti e avere un contatto diretto la rende più sicura. Ha bisogno di approfondire la sua ricerca, proprio per questo motivo, il più delle volte essa diventa molto lunga e complessa perché difficilmente rimane soddisfatta.

Il tempo di acquisto è più lungo, controlla in maniera più approfondita tutti i dettagli di spedizione e ricezione della merce, così come i dettagli del prodotto scelto. Soprattutto, ama risparmiare, andare alla ricerca di deals e coupons.

Cosa influenza la scelta di uno shop on line?

L’uomo si affida molto ai forum, alle riviste di settore, alle video-recensioni; la donna invece, ama confrontarsi con amici e parenti e si lascia influenzare maggiormente dalle opinioni del gruppo e dagli addetti alla vendita o customer care. I social media contano molto nella scelta di entrambi, ma le donne, utilizzando alcuni canali in particolare, ad esempio instagram e blog specifici, fanno molto affidamento su opinioni e recensioni.
Importante per un e-commerce è riuscire a captare le motivazioni del singolo consumatore, studiarne il comportamento, capire da quale dispositivo acquista, in quali orari, quale prodotto lo ha portato nel nostro negozio e come ci è arrivato.

Importante è anche capire se si è trattato di un  impulse buyer e se è più tornato nel nostro negozio.

Riconoscere un impulse buyer non è difficile, basta seguire il suo percorso fatto all’interno del nostro shop on line. Se non ha digitato alcuna parola, nel campo di ricerca, inerente il prodotto acquistato o non lo ha cercato nel menù di navigazione, vuol dire che è stato attratto da qualche particolare del prodotto o da una pubblicità che gli è comparsa sott’occhio.
L’acquisto di impulso è più facilmente gestibile in un negozio fisico, ovviamente, ma non è detto che questo non si possa fare allo stesso modo in un sito web.

Ricordate la “Cross Selling”? Ebbene, quella è un’ottima strategia di marketing on line.

Uomini e donne, diversi anche on line. Studia il comportamento in fase di acquisto e lavora su strategie da attuare. Una valida strategia di marketing è la Cross Selling.
Uomini e donne, diversi anche on line.
Studia il comportamento in fase di acquisto e lavora su strategie da attuare. Una valida strategia di marketing è la Cross Selling.

Basta far apparire un prodotto complementare a quello inserito nel carrello. Ad esempio, se è stato acquistato un mascara, possiamo mostrare un pettinino per le ciglia con una frase del tipo “Pettina le tue ciglia prima di passare il mascara, esse appariranno più lunghe, più ordinate e il tuo sguardo più profondo e sensuale”.
Ugual cosa si potrebbe fare se si stanno acquistando degli auricolari per il proprio telefono o lettore musicale, proponendo uno sdoppiatore audio mettendo in risalto la comodità di utilizzare una solo console o lettore musicale comodamente in due, anche se il proprio compagno ne è sprovvisto.
Vendere non è facile, perché la concorrenza è spietata, ma l’ingegno, la cura per i dettagli e per le esigenze dei nostri clienti sono un valido sostegno alla nostra passione per l’on line business.

Studiare le strategie per la buona riuscita dell’azienda è il nostro compito quotidiano.

Roberta De Simone

Fairlife: dalle bollicine alle proteine. Il latte firmato Coca Cola.

Always Coca Cola! Impossibile dimenticare gli spot pubblicitari dell’azienda più famosa di Atlanta. Prepariamoci ad un nuovo slogan, quello che rispecchierà le proprietà di Fairlife. “Believe in better”.

Fairlife Purely Nutrition Milk sarà il nuovo modo di concepire il latte.
Coca Cola Company immetterà sul mercato -attualmente solo americano- un latte che però non è tanto imparentato con quello che siamo abituati a gustare noi a colazione.
Fairlife sarà un latte senza lattosio, con il 50% di proteine e calcio in più rispetto al latte abituale e con molto meno zucchero.

Le pubblicità di Fairlife sono davvero persuasive e molto comunicative.

Dalle bollicine alle proteine: Fairlife, il latte con 50% in più di proteine e calcio.
Dalle bollicine alle proteine: Fairlife, il latte con 50% in più di proteine e calcio.
Dalle bollicine alle proteine: Fairlife, il latte firmato coca cola
Dalle bollicine alle proteine: Fairlife, il latte firmato coca cola

Gli spot natalizi di Coca-Cola, ad esempio, riescono sempre a catturare l’attenzione di adulti e bambini, emozionandoli e facendo sentire questa bevanda parte integrante delle tavole nella maggior parte delle famiglie. Coca-Cola Company è riuscita, negli anni, grazie alle sue capacità comunicative e creative, a far diventare questa bevanda simbolo di aggregazione.
Non si saprà mai l’ingrediente segreto della Coca-Cola ma sappiamo per certo che per quante diverse tipologie ve ne siano in giro, essa di certo non è poi così salutare.
In America vi sono state, e vi sono ancora oggi, battaglie aperte sull’introduzione di una tassa sulle bevande zuccherate e gasate, ciò soprattutto a causa dell’alto tasso di obesità e abuso di queste bevande. Tale situazione si è purtroppo ripercossa negativamente, come si può immaginare, sulle vendite del colosso Coca-Cola, causandone un crollo sicuramente rilevante.
Per rialzarsi bisogna reinventarsi, puntare alle novità e di certo Coca-Cola non manca di ingegno. La sua idea si basa, infatti, sulla diversificazione dell’offerta.
E’ per questo che ogni tanto se ne inventa una: acqua, succhi di frutta, bevande analcoliche, energy drink, alla frutta, tè, bevande al caffè, dietetiche, personalizzando la distribuzione secondo i gusti e gli usi dei vari paesi. Questa volta ha deciso di puntare sul milk business con Fairlife passando dunque all’inserimento, nelle abitudini alimentari, di un prodotto sicuramente più sano, poiché proveniente da aziende agricole sostenibili e a conduzione familiare. E il prezzo, pari al doppio di un abituale latte in vendita attualmente, sarebbe proprio giustificato dai costi di produzione elevati. A quanto pare si è investito molto su Fairlife, ma chissà se raggiungerà mai il successo della Coca-Cola. Niente bollicine, ma tante proteine, che probabilmente non saranno ben accette da molte persone, considerandovi la grande percentuale presente.
Un’operazione di marketing che deve mirare principalmente alla trasmissione del messaggio che una vita sana si conquista eliminando certi alimenti e bevande. Riuscirà la Coke a portare questo messaggio, oltre al latte Fairlife, sugli scaffali americani?

Dalle bollicine alle proteine: la pubblicità di Fairlife, il latte firmato Coca Cola
Dalle bollicine alle proteine: la pubblicità di Fairlife, il latte firmato Coca Cola

De Simone Roberta

My name is Ello. Adesso tocca a me!

Alzi la mano chi ancora non ha sentito parlare di Ello o chi è ancora non vi si è iscritto.
Negli ultimi mesi è l’argomento principale in rete e non solo.
Per chi ancora non lo conoscesse, ecco una breve presentazione per capire come mai stia avendo tanto successo e soprattutto perché sia definito l’anti Facebook.

Ello è un social network, privo di pubblicità, in cui regna la privacy, la libertà, in quanto non si è costretti a registrarsi con nome e cognome reali.
Il motto di Ello è:  “tu non sei un prodotto”.

Ello, infatti, accusa Facebook di ingannare le persone utilizzando i loro dati e mostrando una marea di pubblicità che quasi va a coprire le notizie importanti dei contatti.
Sicuramente vi sarà capitato di aver fatto una ricerca sul motore di ricerca Google e aver poi visto il prodotto ricercato apparire in una pubblicità su Facebook. Si è sempre saputo che il potere di questo social media sia la persuasione, a volte forse in maniera poco etica, ma tra le tante lamentele le persone continuano a frequentarlo e di questa persuasione ne fanno tanto uso, traendone vantaggi sia a livello personale sia professionale.
Facebook è stato capace di estendere il suo ascendente su giovani e meno giovani, è diventato una sorta di seconda carta d’identità. Molti ne parlano male, lo discriminano, lo reputano ingannevole, eppure anche se solo per spiare i compagni, lontani da quella piazza proprio non si riesce a stare.
E se tutto questo finisse? Quanto è possibile realmente rimpiazzare il famoso social media che ci da visibilità, che ci consente di esprimerci in maniera più libera come se per qualche istante fossimo soli in una stanza, pur consapevoli della presenza di centinaia e centinaia di persone lì pronte a leggerci? O forse è proprio questo che vogliamo, che ci piace?
Amiamo essere al centro dell’attenzione ma poi ci adiriamo se qualcuno “si permette” di contraddirci, restiamo male se non riceviamo abbastanza mi piace ad un post o ad un selfie.

Viviamo in una comunità virtuale in cui la contraddizione la fa da padrona.
Insomma, vogliamo di nuovo essere liberi? Se la risposta è si abbiamo bisogno solo di un invito – attualmente è l’unico modo disponibile per potersi iscrivere, ma basta richiederlo sul sito stesso o ad un iscritto – e di creare una nuova identità. Ello vi sorride e vi porge la mano.

La persuasione di Ello in un sorriso black and white.
La persuasione di Ello in un sorriso black and white.

L’idea fondante dei due social media non può essere contrapposta, così come le funzioni e le aspettative. Sono due modi diversi di concepire le relazioni sociali, le attività di svago e lavorative.

Facebook permette di ritrovare vecchie amicizie e di farne di nuove, collega aziende, fans, permette la condivisione di contenuti, che siano essi di notizie più o meno importanti.
Ello regala una nuova identità, ma permette ugualmente di collegarsi a persone di cui si conosce il nickname o fare una ricerca casuale. Si presenta con un aspetto minimal, il classico black and white, scelto per “porre l’accento sui contenuti di qualità e facilitare la connessione con le persone che davvero ci interessano”.
Dà l’idea di essere in un role playing game, per alcuni versi.

Il focus di Ello è l’empowerment.
Ello si proclama freemium con la futura possibilità, quindi, di implementare funzioni ma a pagamento. Insomma, prendere il posto di Facebook è il suo obiettivo, ma ormai siamo abituati a rendere pubblica la nostra identità e così spesso non ci rendiamo conto di quanto effettivamente i nostri dati personali, i nostri gusti e le nostre attività sul web vengano memorizzate ed utilizzate ai fini di ricerche di marketing e pubblicità, è diventato tutto normale. Tutto ciò, involontariamente, ci allontana sempre più dall’utilizzo di una piattaforma “pulita”.
Ello dovrebbe offrire qualcosa di veramente speciale, qualcosa di innovativo, originale. Nonostante le migliaia di iscritti all’ora, Facebook resta la quotidianità, Ello il passatempo.

Metti alla prova Ello. Contattami per ricevere un invito.

De Simone Roberta

Storytelling e storyselling. Vendi raccontando.

Cosa è lo storytelling? E perché ne sentiamo parlare così tanto nell’ultimo periodo?
In realtà non è niente di così innovativo, esiste da sempre, abbiamo solo imparato ad inglobarlo nella nostra attività personale e aziendale per dare valore aggiunto e avvicinare maggiormente chi ci segue o vogliamo che ci segua, per incentivare le vendite e per stabilire un legame solido, che duri nel tempo e che porti risultati.
Lo scopo dello storytelling è comunicare, coinvolgere, suscitare emozioni, creare legami, generare empatia, trasmettere l’idea che chi legge, guarda, ascolta, sia uno di noi. Tutto ciò raccontando di noi, della nostra attività, chi siamo, cosa facciamo, con chi e perché.
L’importanza della narrazione nel marketing, nelle aziende, nell’e-commerce, è data dall’esistenza di una storia, di un prodotto, ad esempio, che crei appartenenza. Pensiamo alla Apple e al messaggio che Steve Jobs ha voluto trasmettere con una mela morsicata, con un device dal design semplice, minimal. Questo video è davvero interessante.

Per creare uno storytelling bisogna elaborare un’idea di partenza e stimolare la propria creatività, generare qualcosa di veramente entusiasmante, che lasci il segno.
Scrivere la tua storia vuol dire raccontare le tue emozioni. E’ questo l’unico modo per arrivare al cuore della gente e farsi ricordare. Devi riuscire ad esserci e restare, non essere di passaggio. Ciò è possibile solo se racconti qualcosa che le persone sentono come propria. La tua esperienza e la tua realtà devono diventare anche le loro. L’esperienza del racconto apre le porte all’esperienza delle vendite.

Raccontare storie è sempre stato parte di noi: lo abbiamo fatto per far addormentare figli e fratelli minori, per spiegare una vicenda, nei temi a scuola, ai colloqui di lavoro, quando ci presentiamo agli amici ed iniziamo a parlare di noi. Proponiamo i nostri pregi e difetti e mettiamo in mostra una peculiarità che pensiamo posa destare interesse e attenzione nell’altro; facciamo vivere felici e contenti cappuccetto rosso e il principe azzurro; esaltiamo o meno la nostra famiglia e mettiamo in discussione l’amore dei genitori durante la fase dell’adolescenza; evidenziamo le nostre passioni e le nostre propensioni; confidiamo i nostri desideri e le nostre aspettative; mostriamo la nostra solarità e cordialità e/o la nostra diffidenza e paura nelle relazioni interpersonali.
Perché ci viene così naturale raccontare? E che reazione vogliamo suscitare nell’altro?
La televisione è uno dei mezzi di comunicazione, per antonomasia, capace di modificare le idee di chi riceve il messaggio, ha il grande potere persuasivo di portare dalla sua parte le persone. Come lo fa? Sicuramente con la propaganda. I messaggi pubblicitari nascono, come ben sappiamo, per promuovere un servizio o un prodotto ma di certo l’obiettivo di chi promuove è far si che l’utente acquisti o usufruisca di quel bene/servizio pubblicizzato.
C’è chi punta sui suoni o sulle musiche che ricordano eventi speciali e ricorrenze, evitando i dialoghi perché crede sia più emozionante lo scorrere di immagini evocative con sottofondo musicale;  c’è chi crea una storia con diversi personaggi con l’intento di far sorridere, ad esempio, aumentando la partecipazione, l’ascolto, l’immedesimazione; c’è chi gioca sul fattore sentimentale, sul patriottismo, l’italianità, l’appartenenza ad un gruppo o ad un evento storico; chi cerca di entrare nelle case e  nei cuori delle persone raccontando storie che rappresentino la quotidianità, che richiamino le azioni e i comportamenti della gente comune.
Insomma, la pubblicità è uno storyteller e la sua mission è rendere partecipe chi la segue. Con i suoi modi convenzionali e non, riesce ad entrare nelle nostre teste e spesso ci resta per anni. Le morbide Fruit Joy, le liquirizie alla menta Tabù,  la bella Charlize Theron che resta quasi nuda, ciribiribì kodak, l’uomo del monte ha detto si, la vita è dura prendila morbida, mi ami ma quanto mi ami?, i due ballerini del numero 892, famenthal-terrazzenthal-mammenthal-simmenthal, devo fare la pupù e vado a farla da Paolo, etc. Questi spot pubblicitari sono riusciti a lasciare un segno indelebile, sono l’icona degli anni 80-90, anche se alcuni ci fanno solo sorridere, comunque hanno attirato la nostra attenzione. Ognuno sceglie la propria arma. L’importante è creare valore.
E’ questa la bravura di chi racconta, di chi fa pubblicità, di chi inventa.
Vediamo nello specifico esempi di storyteller di aziende.
Il biscottificio D’Onofrio presenta i biscotti Doemi “semplici sapori di casa nostra”.
Lo spot pubblicitario della Barilla è stato creato per rappresentare la storia della multinazionale, lunga 132 anni, trasmettendo il valore della famiglia e della passione con cui svolge il proprio lavoro, ponendo l’attenzione sulla frase “Diamo alla gente quello che daremmo ai nostri figli”.
Sono stati capaci di creare familiarità, trasmettere sicurezza, amplificare i valori della tradizione e della famiglia.
Sammontana ha raccontato “la storia di un sorriso” con un simpatico e genuino cortometraggio, richiamando l’attenzione sul gelato all’italiana. L’immagine icona di Sammontana è infatti una sfera con un sorriso.
Associazione= ricordo= condivisione.
Le linee guida per creare uno storytelling di successo sono:
– chiarezza, semplicità, realtà, verità
– contenuti efficaci, narrativi, culturali
– trasmissione di identità e valori
– comunicazione, creazione di un’immaginario, di un’identità e di valori condivisi
– emozione, far riconoscere  e riconoscersi.
Fare storytelling vuol dire promuovere i prodotti e i servizi della tua azienda in modo accattivante, trasformando in maniera originale un qualcosa di semplice.
Narrare  vuol dire, in questo campo, veicolare il messaggio dall’azienda all’utente, trasmettere  la vision aziendale, montando le scene della storia facendo sentire l’ascoltatore della storia parte di essa.
Il marketing necessita di narrazione. I prodotti e i brands diventano storia, prendono vita.
Sono tanti gli utenti che cliccano sulla voce “chi siamo”, “about me”, etc.
Fà trovare contenuti originali e interessanti: puoi creare un video del dietro le quinte della tua azienda, o di come si lavora e di chi ci lavora, qual è il concept, perché la tua azienda produce o vende un determinato prodotto e quali sono i tuoi obiettivi. Guarda lo storytelling di Zalando e prendi spunto.
Insomma, impara a raccontare: passa da protagonista a narratore.

De Simone Roberta